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sabato, 16 dicembre 2017
Articolo di: mercoledì, 25 aprile 2012, 11:12 m.

Se n'è andata nel giorno della Liberazione: è scomparsa Maria Giovanna Giudice, la staffetta partigiana

Aveva 110 anni e aveva aiutato i partigiani nella zona del Borgomanerese

NOVARA - Ha scelto di andarsene nel giorno a lei più caro, quello della Liberazione, lasciando gli adorati nipoti Valeria e Giancarlo e raggiungendo i suoi ragazzi, i partigiani che aiutò quand'era giovane, ma anche l'amato marito Paolo e l'amatissima figlia Leonilde.

E' morta questa mattina mercoledì 25 aprile, all'alba, all'età di 110 anni (ne avrebbe compiuti 111 il prossimo 28 settembre) Maria Giovanna Giudice, classe 1901, già staffetta partigiana e medaglia di bronzo al merito civile attribuita dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 16 dicembre 2008.

"Una donna eccezionale - ricorda Carlo Migliavacca, già presidente del Quartiere Lumellogno, dove Maria Giovanna abitava da molti anni - Una donna che, negli anni della Resistenza, come riportato nelle motivazioni della medaglia, “animata da profondi ideali di libertà e democrazia, con generosità, abnegazione e spirito di solidarietà, offrì il proprio sostegno come staffetta partigiana al servizio della 82^ Brigata Osella–Battaglione Ranzini”. Un servizio pericoloso il suo, ma molto importante durante la lotta di Liberazione. Maria Giovanna era un volto storico della Resistenza novarese e una donna ancora in grado di portare il ricordo di quegli anni di dolore. Oltre al lavoro in campagna come mondariso e la dedizione alla cura della famiglia, negli anni bui del fascismo aveva deciso di impegnarsi direttamente nella vita civile per contribuire a ridare dignità all’Italia dopo un tragico ventennio di dittatura. Anche il tempo, però, ha dovuto faticare per oltre un secolo, 110 anni e 7 mesi, prima di riuscire a convincere questa grande donna che era giunto il momento del meritato riposo; e Maria Giovanna, in modo dolce, tranquillo e sereno, si è lasciata accompagnare nel “Cielo degli Eroi”, in quel cielo dove erano ad attenderLa tutti “i suoi ragazzi”, suo marito Paolo e sua figlia Leonilde".

Migliavacca ricorda uno degli ultimi atti di amore di Maria Giovanna, che sta a dimostrare quanto era grande la sua “statura morale” di donna e di partigiana: "domenica 24 aprile 2011, giorno di Pasqua, passo a trovarla - racconta Migliavacca - per porgere gli auguri e per una chiacchierata. A un certo punto non parla più, la vedo pensierosa; preoccupato, chiedo se ci fosse qualcosa che non andava. Lei mi ha risposto che andava tutto bene e mi dice: “Domani è il 25 aprile, chissà se qualcuno si è ricordato di portare un mazzo di fiori ai miei ragazzi... dopo tutto quello che hanno fatto...” Mi è venuto il magone! L’ho tranquillizzata: “Non si preoccupi Giovanna, al monumento ho fatto deporre una corona di alloro”. Rincuorata, mi dice a frasi spezzettate, come se rivivesse quel terribile periodo: “Grazie nè... ma ne abbiamo passate... poveri ragazzi... non meritavano di morire... che brüta roba la guèra (che brutta cosa la guerra)... spéruma in ben (speriamo in bene)... speriamo che nessuno si dimentichi di tutti i sacrifici che abbiamo fatto....". Arrivederci Maria Giovanna, il Tuo splendido esempio non sarà dimenticato!".

Un ringraziamento e abbraccio, da parte di Migliavacca e della comunità, va ai nipoti Valeria e Giancarlo.

Seguono alcuni stralci dei racconti della staffetta partigiana, attiva nella zona di Cavaglio d'Agogna, dove viveva col marito. "[…] Il mio compito era quello di fare da mangiare e lo portavo ai partigiani…nei boschi; portavo anche qualche bottiglia di vino e tutto quello che potevo mettere insieme. ....Mio marito Pavlìn, Paolo Piatti, era quello che andava a portare i “biglietti” di notte. Io avevo paura che venisse catturato dai fascisti e allora gli ho detto: “Dalli a me, dalli a me, Pavlìn”; nascondevo i biglietti nel grembiule e andavo. Siccome avevo una sorella che abitava fuori dal paese di Cavaglio, loro non pensavano che io facevo la staffetta perchè erano convinti che andavo a trovare mia sorella. […] Ricordo che quando andavo a portare i “bigliettini” partivo dopo la mezzanotte per non essere vista; con il passare del tempo i fascisti sapevano del mio impegno, ma non sono mai riusciti a prendermi. Il loro desiderio era quello di farmela pagare, in un modo o nell’altro…

[…] Un’altra volta, ricordo che i fascisti sono venuti nel solaio dove c’era mio marito e gli hanno fatto bere l’olio di ricino; un bicchiere d’olio gli hanno dato! Perchè mio marito “era un uomo serio, si fidavano tutti di lui e i fascisti ne avevano paura”. […] Ne hanno ammazzati tanti a Cavaglio d’Agogna. Che io ricordo, ne hanno ammazzati sette; uno, povero ragazzo, l’hanno ammazzato là…in una chiesetta…stava mangiando una mela…aveva ancora un pezzo di mela in bocca…ma quel ragazzo non era di Cavaglio…hanno ammazzato anche alcuni partigiani di Novara. […] “Mamma mia! Quante paure e quante tremarelle che abbiamo preso!…Però, quanti ragazzi giovani hanno ammazzato”."

Monica Curino

Articolo di: mercoledì, 25 aprile 2012, 11:12 m.
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