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domenica, 23 luglio 2017
Articolo di: sabato, 05 maggio 2012, 10:19 m.

La sfida del ghiaccio

Due borgomaneresi alla corsa più estrema del mondo

600 chilometri a piedi o in bici lungo le piste innevate, temperature polari fino a -30 gradi e condizioni meteo estreme. Sono partiti in 55 e al traguardo sono arrivati appena in 18 all’Iditarod, la corsa invernale più famosa del mondo che si svolge in Alaska a fine febbraio. E tra quei 18 “ironman” c’erano anche Cesare Ornati di Nonio (Vb) e Dario Valsesia di Borgomanero, due amici che adorano le imprese perchè “solo così capisci la natura e la vita vera”.

Non è la prima esperienza per i due appassionati di sfide. Cesare, imprenditore 57enne, è alla sua seconda partecipazione alla Iditarod. Dario, 45 anni, titolare di un negozio di bike adventures, addirittura alla settima corsa. Il primo partecipa a piedi: dai 6 agli 8 giorni sulle piste gelate di corsa trainando tutto l’occorrente (“lì non c’è nulla”) dentro un bob da 18 kg circa attaccato allaschiena. Il secondo invece è in sella ad una speciale bici con pneumatici rinforzati per affrontareil terreno ghiacciato: di solito raggiunge il traguardo in 3-4 giorni, stavolta per le bufere di neve ci ha messo quasi una settimana. “L’edizione di quest’anno è stata la più difficile – concordano – La temperatura è scesa fino a – 30 gradi ma soprattutto le condizioni meteo costringevano a rallentare e, per chi era in bici, a spingere a mano il mezzo”. Un inferno di ghiaccio dove il pericolo più grande non sono i lupi (che comunque si incontrano) ma il congelamento. “Abbiamo viaggiato anche per 20-22 ore pur di arrivare ai rifugi dove passare la notte al caldo e la stanchezza era micidiale – raccontano – In quelle condizioni è normale avere le allucinazioni più strane”. Eppure sono proprio quegli attimi estremi a rendere l’Iditarod un’esperienza straordinaria. “E’ una corsa splendida – non ha dubbi Cesare Ornati – Quando sei lì capisci cosa ti serve davvero e cosa no, quello che è davvero importante nella tua vita; combatti per superare i tuoi limiti, consapevole che mollare significa non sopravvivere. E non c’è nulla di meglio di superare la propria paura”. Continua Dario Valsesia: “Se la prendi come una competizione in cui conta arrivare per primo non tornerai certo all’edizione successiva, mentre la vera vittoria è arrivare al traguardo e non arrendersi”. Per entrambi il primo vero richiamo è stato la bellezza naturale del percorso: “Sono posti inimmaginabili dove ci sei solo tu e la natura, che fa sentire tutta la sua forza” sottolinea Cesare Ornati. Per superare l’Iditarod l’allenamento dei due amici dura tutto l’anno: Cesare corre nei boschi anche 7-8 ore consecutive con un copertone d’auto attaccato alla schiena “di sera per abituarsi alle basse temperature”. Dario fa lo stesso riempiendo un carretto che traina dietro la bici “sembro un po’ un rigattiere”. Per entrambi la corsa da 600 chilometri è solo il primo step, “l’esame per arrivare alla corsa vera”: quella versione lunga da 1800 chilometri che, nel 2012, viste le condizionimeteo sfavorevoli nessuno ha neanche tentato. “Quando arrivi al traguardo con i tuoi compagni di solito dici “questa è l’ultima volta” – conclude Dario Valsesia – Ma basta una settimana per farti cambiare idea e decidere di tentare l’impresa anche l’anno seguente”.

Cos’è Iditarod? E’ la più popolare corsa invernale del mondo. 1800 chilometri (versione lunga) o 600 chilometri (versione “corta”) lungo la catena montuosa dell’Alaska, da Anchorage a None. Il percorso è quello su cui si svolge l’omonima corsa con i cani da slitta. Dal 1998 si gareggia anche a piedi o in bici. Nessuna strada, piste fragili che sono più adatte agli alci che agli uomini, temperature rigide che raggiungono facilmente i 40° sotto zero accompagnate da raffiche di vento e neve, fanno di questa corsa un’esperienza davvero estrema e, come si legge sulla presentazione, “potenzialmente mortale”.

Lucia Panagini

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Articolo di: sabato, 05 maggio 2012, 10:19 m.
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